Guerra e crisi climatica in Caoslandia

Guarda la cartina pubblicata dalla rivista Limes e che mostra “Caoslandia“, la parte di mondo che da decenni è nel caos perché attraversata da conflitti e crisi internazionali di vaste proporzioni.

Cosa noti?

A me è saltato subito all’occhio il fatto che l’area nel caos coincide con la parte più calda del pianeta e dove già oggi per molte settimane all’anno è difficile vivere perché il mix di temperatura e umidità rende la vita senza aria condizionata estremamente faticosa o addirittura letale.

Una conseguenza di questa situazione è il processo di desertificazione dei territori colpiti, fenomeno che è considerato tra le cause scatenanti della tragica guerra civile in Siria che ha causato centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi e un effetto domino di scontri armati tra Siria, Turchia, Irak, Iran, Israele e molti altri paesi.

Immagina quindi quali conseguenze avrà nei prossimi anni la crisi climatica su questi territori già nel caos.

L’obiettivo di questo articolo è spiegare e dimostrare che la crisi climatica è sia causa sia conseguenza di Caoslandia, per cui se non risolviamo la crisi climatica non possiamo neppure riportare la pace in Caoslandia.

Sottolineo che Caoslandia si trova proprio al confine sud dell’Italia, quindi siamo pienamente a rischio di venirne travolti, mentre ne siamo già coinvolti direttamente per via della guerra civile libica e la crisi dei migranti.

La nuova guerra appena scoppiata

Il 27 settembre 2020, nel pieno della seconda ondata dell’epidemia Covid in Europa, il mondo ha avuto la notizia di una nuova guerra scoppiata proprio alle porte dell’Europa: il governo autoritario dell’Azerbaijan ha attaccato militarmente il paese confinante, l’Armenia.

Il suo obiettivo è cercare di annettere un’area dove vive una popolazione di etnia armena ma che ai tempi dell’Unione Sovietica faceva parte della “Repubblica” azera e che si era resa autonoma dall’Azerbaijan durante il periodo di dissoluzione dell’URSS. Già allora l’Azerbaijan aveva reagito militarmente all’indipendenza, ma era stata sconfitta con il supporto dei volontari armeni accorsi in aiuto dei compatrioti.

Quel conflitto non è mai terminato con un trattato di pace, ma solo con un cessate il fuoco e ha continuato a riaccendersi regolarmente con piccole o grandi scaramucce, ma adesso stiamo assistendo ad una guerra di vaste proporzioni e che potrebbe portare al coinvolgimento diretto della Russia, a sostegno dell’Armenia, e della Turchia a sostegno degli azeri.

Petrolio e guerra, guerra e petrolio

Il petrolio e il gas naturale sono una delle principali cause delle guerre perché le economie moderne hanno bisogno estremo di petrolio, non possono farne a meno per i trasporti e per molte altre attività economiche, per cui chi controlla il petrolio ha un grandissimo potere e gli Stati sono disposti a fare la guerra per conservare o ottenere questo potere.

Inoltre il petrolio ha un ruolo strategico a livello militare perché non è possibile fare la guerra senza la disponibilità di petrolio per aerei, navi, camion per il trasporto delle truppe e carri armati, come ci insegna la storia della Seconda Guerra Mondiale: Germania e Giappone fecero la guerra anche per conquistare l’accesso stabile ai pozzi di petrolio rispettivamente nel Medio Oriente e in Asia Orientale. Persero la guerra anche perché gli alleati riuscirono a tagliare le loro forniture di petrolio.

Il petrolio in particolare ha però anche un valore economico immenso quindi ci sono Stati disposti a fare il calcolo se gli convenga economicamente spendere miliardi in spese militari e perdere vite umane pur di fare la guerra per prendere il controllo di giacimenti e oleodotti. Questa una delle ragioni della scelta ad esempio della Turchia di intervenire militarmente in Libia visto che la Turchia è priva di giacimenti mentre la Libia ha enormi riserve petrolifere.

Infine chi già possiede queste risorse, paesi come l’Iraq ai tempi di Saddam Hussein, hanno accesso ad una fonte enorme di denaro molta concentrata da usare per comprare armi e trasformare così il potere economico in potere politico e militare. Questa una delle ragioni della lunga guerra scatenata da Saddam contro l’Iran negli anni 80 e poi dell’invasione del Kuwait da parte dell’Irak nel 1990.

Non è un caso quindi che il paese che ha scatenato questa nuova guerra, l’Azerbaijan, sia un paese esportatore di combustibili fossili e che abbia investito i profitti nell’acquisto di armi. Il timore di molti di questi paesi autoritari con grandi risorse petrolifere è che presto il petrolio e il gas perdano gran parte del loro valore a causa della rivoluzione delle batterie e delle energie rinnovabili, così sentono l’urgenza di approfittare di questa “finestra di opportunità” per raggiungere i loro obiettivi di potere.

Non è neppure un caso che la Turchia, maggiore alleato degli Azeri, abbia deciso di sostenerli, visto che riceve proprio dall’Azerbaijan buona parte dei suoi approvvigionamenti energetici e che le condutture per il loro trasporto passino a pochi chilometri dal confine con l’Armenia. Il passaggio degli oleodotti in Turchia genera anche royalties e quindi profitti per il governo turco, perché queste condutture proseguono poi verso il mercato europeo.

Anche l’Italia è indirettamente coinvolta in questa nuova, drammatica, guerra perché prima importava molto del suo petrolio dalla Libia, ma adesso ha puntato proprio sull’Azerbaijan per compensare il minore afflusso di petrolio libico visto che la Libia è in guerra civile. L’Italia importa dagli azeri petrolio al ritmo di 8 milioni di tonnellate all’anno!

Si fa guerra quindi per il petrolio e il gas, ma si fa guerra anche grazie a petrolio e gas.

Se avessimo un’economia basata sulle energie rinnovabili difficilmente gli Stati si farebbero guerra così spesso e con tanti soldi a disposizione.

Se non basassimo la nostra economia su petrolio, gas e carbone non avremmo la crisi climatica che causa siccità, guerre per l’acqua e la necessità per milioni di persone di migrare lasciando la loro patria perché la propria terra è diventata inabitabile.

La Rivoluzione Ambientale porterebbe anche pace

È evidente quindi la convenienza di puntare ad una rivoluzione ambientale che metta al centro dell’azione umana la protezione dell’ambiente e l’inversione del processo di riscaldamento globale così da avere anche meno occasioni di conflitti e di spreco di risorse preziose nella costruzione e distruzione di armi.

È altrettanto evidente che c’è un fortissimo interesse da parte di numerosi Stati ed aziende a mantenere lo status quo, cioè la situazione attuale, e continuare, rispettivamente, ad avere potere e fare profitti grazie ai combustibili fossili.

Se però i paesi che importano combustibili fossili, che rappresentano gran parte dell’economia mondiale, fanno crollare la loro domanda di queste materie prime grazie a nuove tecnologie e ad una nuova organizzazione energeticamente più efficiente della società, toglieranno potere a questi Stati militaristi e petrolieri e otterremo tanti vantaggi in una volta: pace, ambiente sano, indipendenza economica, energetica e politica.

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